Archivo Español de Arqueología 97 
ISSN-L: 0066-6742, eISSN: 1988-3110
https://doi.org/10.3989/aespa.097.024.705

Reseña de / Review of: Javier Verdugo Santos, Immensa Aeternitas. El interés por el pasado y la tutela del patrimonio arqueológico en la Roma de los Papas. De Gregorio Magno a la Unificación italiana (590-1879), Onoba Monografías 13, Universidad de Huelva, Huelva, 2022, 445 pp. ISBN 978-84-19397-18-8.

 

Il volume si prefigge di introdurre il lettore nella storia del patrimonio archeologico di Roma, da Gregorio Magno a Pio IX: parte dagli esordi medievali per arrivare all’Unità d’Italia, ma travalica il limite indicato spingendosi fino ai Patti lateranensi (1929).

L’Autore non prende in considerazione la Tarda Antichità, profondamente permeata di classicità con una politica culturale, da parte degli Imperatori cristiani in comunanza d’intenti con l’autorità dei Vescovi, attenta alla conservazione e alla protezione delle testimonianze architettoniche e scultoree ancora presenti nel panorama urbano. Sceglie, invece, come principio del suo lunghissimo percorso il pontificato di Gregorio Magno (590-604), che segna il momento conclusivo del passaggio dal potere imperiale a quello papale con l’assorbimento di molte competenze istituzionali. Del Pontefice non viene evidenziata l’attività di deturpazione che, a partire da Giovanni di Salisbury, gli fu attribuita in maniera leggendaria, e che sarebbe stata perpetrata su monumenti e statue dell’Urbe sotto l’impeto iconoclasta: valga per tutti, la distruzione del Colosso bronzeo di Nerone/Dio Sole illustrata in una celebre miniatura del Menologio di Basilio II della fine del X secolo (Roma, Biblioteca Apostolica Vaticana) e ricordata nei Mirabilia Urbis Romae del dotto inglese Magister Gregorius, che ci ha lasciato uno dei primi resoconti, in tono favolistico, delle testimonianze della Roma antica.

Le diverse redazioni dei Mirabilia Urbis, scritte tra XII e XIII secolo con un’interpretazione fantastica dei monumenti, dove si suggerisce l’arte magica quale artefice di tali meraviglie (Roma consiste nei suoi miracula), e le prime rappresentazioni della città, nelle quali realtà, simboli e ricostruzioni inventate si confondono (vedi, ad esempio, le piante di Roma di Pietro del Massaio da La Cosmographia di Tolomeo o dal Dittamondo di Fazio degli Uberti), introducono (cfr. I capitolo) alle vicende di fine Trecento e metà Quattrocento, quando la riflessione sulle sorti di Roma antica e l’interesse per le sue rovine, simbolo della grandezza passata e fonti per lo studio della storia romana, diventano un topos nelle opere degli Umanisti della prima generazione (cfr. II capitolo).

Prima di passare a quest’argomento sarebbe stato utile ricordare la renovatio Senatus del 1143 quando la borghesia intellettuale di Roma, con il portavoce Arnaldo da Brescia, si sollevò contro il potere temporale dei Pontefici.

Dal VII secolo l’occupazione in chiave cristiana del centro monumentale della città ‒in particolare del Foro romano ove si insediarono alcune chiese (Sant’Adriano nella Curia Senatus, SS. Sergio e Bacco vicino all’Arco di Settimio Severo, Santa Maria Antiqua sul Palatino, etc.)‒ testimonia il potere raggiunto dai Pontefici e la funzione puramente rappresentativa che ormai ricopriva il Senato romano. Con il distacco della Chiesa da Bisanzio nel 726, i Papi si dotarono di centri amministrativi e si registrò un cambiamento di atteggiamento e di mentalità verso i monumenti dell’Urbe, tanto che la nuova residenza papale nel palazzo del Laterano ‒sede anche dell’autorità giudiziaria‒ venne connotata da sculture antiche con una forte componente simbolica (la Lupa bronzea e il caballus Constantini ‒statua equestre di Marco Aurelio‒ sono lì attestati con certezza dal 966).

Con la Renovatio Senatus del 1143 ‒quando in Campidoglio si costituì il Comune democratico di Roma, proclamando la caduta del potere temporale dei pontefici‒ i monumenti antichi giocarono un ruolo fondamentale in senso politico. L’antichità costituì la base ideologica del nuovo Senato impiantatosi sui resti del Tabularium; nella piazza venne eretto un obelisco di Ramses II collocato su quattro leoni, per le misure/congi dell’olio e del vino, di cui si servirono le magistrature capitoline, vennero utilizzati rocchi di antiche colonne rudentate rilavorate con teste leonine e un frammento di un leone che azzanna un cavallo (simbolo il primo della città di Roma, il secondo del Papato) venne collocato sul colle capitolino. Un elemento importante che sarebbe stato opportuno evidenziare è che i monumenti pubblici della città (ponti, porte, mura), sui quali fino ad allora aveva vigilato il papa, passarono sotto il controllo del Senato. Si tratta di uno snodo di partenza fondamentale in quanto il filo conduttore del volume (individuabile non senza esitazione) appare essere il complesso e lunghissimo iter inerente alla tutela e alla legislazione dei beni culturali, immobili e mobili di Roma antica. È nello Statuto del Comune del 1363 che viene specificato per la prima volta l’affidamento al Senato e alle Magistrature capitoline di tale importante incarico (De antiquis aedificiis non diruendis), assegnato nella bolla di Pio II Piccolomini del 1462 ai Conservatori e riconfermato da Paolo II Barbo nel 1469.

In questo clima di rilevanza politica del Campidoglio, si colloca la celebre iniziativa del 1471 di Sisto IV della Rovere di donare al Popolo romano le “aeneas insignes statuas” (ovvero la Lupa, lo Spinario, il Camillo e la testa colossale di Costantino con la mano e il globo) che vengono trasferite dalla piazza del Laterano al colle capitolino, luogo simbolo della grandezza di Roma (pp. 114-116).

Il gesto politico-culturale è accompagnato da un atto giuridico dell’8 marzo 1476 che affidava ai Conservatori “la conservazione dei monumenti e delle antichità, della manutenzione delle mura della città, degli acquedotti, degli edifici pubblici”, impedendo “la distruzione delle curiosità, delle pietre con iscrizioni come anche la spoliazione dei templi e delle chiese”.

Nel volume, nell’ottica dell’epopea pontificia, viene enfatizzato il carattere sacro del riuso, mentre quello profano appare meno approfondito, nonostante che, già con la rifondazione del Comune di Roma del 1143, i cittadini avessero sentito fortemente l’eredità romana e dotato di elementi di spoglio le loro case, come i Crescenzi; molti palazzi-fortezza dei nobiles romani del XIII secolo avessero occupato resti antichi (ad esempio, il teatro di Marcello da parte degli Orsini, o il Serapeo per conto dei Colonna); nel corso del Quattrocento molte famiglie (Manili, Porcari, Santacroce, Maffei) avessero esibito sulle facciate e nei cortili iscrizioni o sculture antiche evocative di una discendenza dall’antica Roma repubblicana tanto da affermare una libertà comunale in contrasto con il potere curiale ormai dominante.

Nel corso del Quattrocento la nascita del collezionismo di antichità provocò una lenta spoliazione e una progressiva privatizzazione di un patrimonio archeologico e artistico fino ad allora pubblico, mentre la devastazione del patrimonio monumentale venne siglata dalla costruzione della Roma papale. Di fronte a questa situazione (proteggere i monumenti e contrastare la trasmigrazione delle opere), il legislatore pontificio iniziò a emanare una serie di editti. Nel 1534 Paolo III istituì la carica di Commissario delle Antichità (carica che permane fino al 1870) nella persona di Latino Giovenale Manetti e promulgò un editto assolutamente innovativo per la conservazione dei monumenti. In breve, conteneva norme per proteggere i monumenti (da distruzione, incendi, atti vandalici), controllare gli scavi (licenze e supervisione), regolare le esportazioni di opere, occuparsi dei restauri e della manutenzione dei monumenti. Questo è lo spettro di argomenti attorno ai quali l’Autore ha provato a modulare il suo lavoro, non riuscendo però a fornire un quadro organico.

Il tema principale (la tutela) si sarebbe potuto affrontare da diversi punti di vista, tra cui quello del concetto di reimpiego che comporta un atto di distruzione più o meno consapevole di un contesto antico e al tempo stesso un atto di conservazione del bene antico (sia esso edificio od oggetto) in un nuovo contesto. L’Autore accenna a questo aspetto brevemente (pp. 103-106) e inserisce vari esempi di “cristianizzazione” di statue, edifici, monumenti antichi (statua bronzea di Marco Aurelio, colonne di Traiano e di Marco Aurelio, obelischi, terme di Diocleziano, pp. 21-23, 174-175, 162-165, 182-194), dedicando ampio spazio agli interventi urbanistici che nel corso dei secoli hanno trasformato in senso cristiano il volto dell’Urbe (la Roma leonina, sistina, alessandrina, clementina), neutralizzandone il carattere pagano, fino alla modernizzazione, in senso laico, e ai diversi embellissements per la seconda capitale dell’Impero di epoca napoleonica (ampliamento di piazza del Pantheon e del Foro di Traiano, “liberazione” dei monumenti del Foro Boario e del Campo Vaccino, bonifica del Colosseo: pp. 348-360). I periodi di maggiore attività edilizia coincisero con quelli di maggiore spoliazione e distruzione: tra gli scempi sono ricordati la demolizione della cosiddetta Meta di Romolo presso il Vaticano al tempo di Alessandro VI, del Septizodium ai piedi del Palatino per volere di Sisto V, dell’Arco cosiddetto del Portogallo sotto Alessandro VII. Vengono, inoltre, esaminati alcuni importanti restauri, come quello intorno all’area del Pantheon sotto l’amministrazione francese (p. 355), quello del Colosseo al rientro di Pio VII negli anni 1823-1826 (pp. 378-379), o la liberazione delle strutture dell’acquedotto dell’Aqua Claudia a Porta Maggiore (p. 395). Per quanto concerne gli scavi, approssimativo è il panorama fornito per la situazione del Cinquecento e del primo Seicento (pp. 227-232); da osservare, tra le tante inesattezze, che le sculture più celebri della collezione Ludovisi furono scoperte nell’area degli Horti Sallustiani al momento dell’edificazione della villa tra il 1621 e il 1630 e non (p. 228) sotto il Commissariato di Latino Giovenale Manetti (1534-1553). Un’argomentazione più approfondita è riservata alla scoperta sensazionale del Laocoonte (pp. 121-123). Nel sesto capitolo ‒incentrato sul Settecento‒ in poche pagine (pp. 305-310) vengono sintetizzate le numerose ricerche avvicendatesi nei secoli XV-XVI-XVII-XVIII a villa Adriana e si continua a tramandare l’errata notizia della scoperta di tutte e otto le Muse appartenute a Cristina di Svezia, oggi conservate nel Museo del Prado, dall’Odeion della villa (noto anche come “Teatro dell’Accademia” e non “Teatro greco”), quando ormai da tempo è stata dimostrata la provenienza tiburtina solo per quattro di esse (le altre quattro furono scoperte a Roma nel XVII secolo negli Horti dell’Esquilino e giustapposte alle altre in un ciclo apparentemente “unitario” da Cristina di Svezia). L’Autore concede poi attenzione agli scavi dell’Ottocento, soffermandosi su quelli in villa Celimontana di Manuel Godoy, a Tusculum di Luciano Bonaparte (pp. 345-348), nell’area dei Fori e a Ostia (pp. 379-384) promossi dal governo pontificio sotto la vigilanza di Carlo Fea, primo giurista a ricoprire la carica di Commissario delle Antichità.

All’argomento principale viene associato (come da titolo) l’interesse per il passato classico, declinato secondo varie materie. Una di queste è l’interpretazione, la trasmissione e la rappresentazione che delle Antiquitates e del mondo classico sono state sviluppate da antiquari, artisti, architetti e studiosi (Ciriaco d’Ancona, Giuliano da Sangallo, Baldassare Peruzzi, Donatello, Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Flavio Biondo, Andrea Fulvio, Andrea Bregno, Raffaello, Antonio Agustín, Alfonso Chacón, Pirro Ligorio, Giovanni Antonio Dosio, Pietro Santi Bartoli, Pier Leone Ghezzi, Johann Joachim Winckelmann, Giovanni Battista Piranesi, Carlo Fea). Queste figure vengono, il più delle volte, enumerate in schede dal contenuto generico, senza un apprezzamento critico dell’apporto di ognuno in relazione ai predecessori e alla luce dell’incidenza esercitata nel contesto intellettuale e sociale al quale appartennero. Ad esempio, sull’opera di Pirro Ligorio viene riportato un giudizio negativo (pp. 209-211), trascinatosi da fine Ottocento sulla scorta degli autori del CIL, ma che ormai è stato superato dagli studi degli ultimi trent’anni, promossi dal Comitato Nazionale delle Opere di Pirro Ligorio, che hanno rivalutato in tutta la sua vastità metodologica (archeologia, topografia, epigrafia, numismatica) il lavoro enciclopedico dell’antiquario napoletano (tra i contributi da valutare almeno quelli di E. Mandowki ‒ Ch. Mitchell, M. L. Madonna, G. Vagenheim). L’Autore non si esime neppure dall’addentrarsi nelle tesi sull’origine dell’archeologia cristiana (pp. 220-227), confondendo la storia ecclesiastica con l’origine di questa disciplina, che nasce verso la fine del XVI secolo in collegamento e in dipendenza con l’archeologia classica e ignora completamente le teorie sul tema di Ingo Herklotz.

Un altro argomento preso in esame dall’Autore riguarda il collezionismo, con un incipit nell’ambito veneto (pp. 38-40), noto a tutti per essere stato il fulcro della riscoperta dell’Antico (ma dal momento che il focus del volume è Roma, questo episodio, che non considera affatto i lavori di Irene Favaretto e Giulio Bodon, poteva anche essere escluso), per poi rivolgere uno sguardo verso le principali forme romane del fenomeno (pp. 114-125): la collezione capitolina creata da Sisto IV nel 1471, cui abbiamo già accennato, atto di forte valenza politica più che estetica o culturale; il Cortile delle Statue in Belvedere che riconduce alla propaganda ideologica del 1506 del papato di Giulio II inaugurando la vocazione dei Palazzi Apostolici a luogo di esposizione di sculture (da notare che sulla provenienza dell’Apollo del Belvedere, pp. 117-118, vi è un articolo con nuove ipotesi di Elenora Ferrazza del 2015 e che nell’Antiquario del Belvedere non vi fu mai esposto un “Comodo como Hércules”, p. 123, ma piuttosto “l’Ercole e Telefo”, attualmente nella Galleria Chiaramonti); la collezione Farnese (pp. 151-152) dove alcune sculture vengono messe in scena in una forma veramente magniloquente, quasi iperbolica per la celebrazione della famiglia di Paolo III (curiosa è la definizione a p. 152 di “Hèrcules decapitado” riferita all’Ercole firmato dall’ateniese Glykon scoperto nelle Terme di Caracalla). Quasi assente è la trattazione del collezionismo del Seicento, che fu caratterizzato dalla figura del cardinal nepote, con la “missione” di costruire una villa fuori città ove esporre una raccolta di antichità che rivaleggiasse, anzi superasse le precedenti, e rappresentasse una sorta di indicium nobilitatis, veicolo per legittimare la discendenza della propria famiglia dall’antica Roma. Da Pietro Aldobrandini, cardinal nepote di Clemente VIII (1592-1605), a Scipione Borghese, cardinal nepote di Paolo V (1605-1621), da Ludovico Ludovisi, cardinal nepote di Gregorio XV (1621-1623), a Francesco Barberini, cardinal nepote di Urbano VIII (1623-1644), da Camillo Pamphilj, cardinal nepote di Innocenzo X (1644-1655), a Flavio Chigi, cardinal nepote di Alessandro VII (1655-1657), tutti hanno legato il loro nome a una villa suburbana o a un palazzo di città, le cui collezioni costituiscono, oggi, il patrimonio antico di importanti musei romani ed europei.

Rispetto a manifestazioni così notevoli dell’età barocca, l’Autore preferisce, invece, dedicare qualche pagina ad altri due collezionisti del Seicento (inserendoli però nel VI capitolo intitolato El Settecento 1700-1800), il gesuita Athanius Kircher e la regina Cristina di Svezia (pp. 261-265). Soprattutto la seconda dal 1663 diede vita in Palazzo Riario alla Lungara a una vera e propria reggia, dotata di una ricca biblioteca, di importanti collezioni d’arte antica e moderna e di un teatro privato, ospitando dal 1674 l’Accademia reale, progenitrice dell’Arcadia. Cristina di Svezia, prima Musa dell’Arcadia romana, durante il suo soggiorno romano aveva raccolto un gruppo di statue antiche di Muse (cfr. supra) che vennero restaurate da Francesco Maria Nocchieri, Ercole Ferrata e Giulio Cartari, proponendo modelli iconografici legati essenzialmente all ’Iconologia di Cesare Ripa. Le Muse, come gran parte della collezione di sculture fu venduta dagli eredi nel 1724 a Filippo V e Isabella Farnese di Spagna. Fu proprio questa perdita, insieme a quella della collezione Chigi trasferita a Dresda nel 1728, che provocò un biasimo corale tra l’intellighenzia della Roma di primo Settecento e l’emanazione di nuovi editti (1726 e 1733).

Dal 1534 all’inizio del Settecento continue e numerose furono le esportazioni verso l’estero e negli Editti alle pene pecuniarie si aggiunsero (da quello del 1634) quelle corporali e venne perseguito un numero impressionante di professioni invischiate nella catena illegale, ma ciò che è interessante notare è come negli Editti la proibizione delle esportazioni si estenda, nel corso del tempo, sempre a nuovi oggetti: la motivazione è dovuta al cambiamento di percezione estetico-culturale di alcuni materiali che, in precedenza negletti, divennero invece appetibili (ad es. mosaici, pitture, marmi colorati) in quanto valorizzati da studiosi e collezionisti. Il secolo dove si concentra maggiormente l’attività del legislatore pontificio per la salvaguardia di beni e di monumenti è il Settecento, quando gli Editti vengono emanati con una frequenza sistematica (1701, 1704, 1717, 1726, 1733, 1750: vedi pp. 275-286).

Non è casuale che uno degli Editti di tutela venga emesso nel 1733. Infatti, oltre alle alienazioni delle due collezioni già citate (Odescalchi/Cristina di Svezia e Chigi), attorno agli Trenta del Settecento si prospettò la possibilità che un’altra importante collezione romana fosse ceduta all’estero. L’editto del cardinale Camerlengo, Annibale Albani, del 10 settembre 1733, che inaspriva ancor di più i provvedimenti per arginare la fuoriuscita illegale delle opere antiche, precedeva di pochi mesi il grande intervento pubblico di tutela del patrimonio collezionistico romano predisposto dal pontefice Clemente XII Corsini con l’acquisto, il 5 dicembre 1733, della collezione che aveva messo insieme il cardinale Alessandro Albani, azione preliminare all’istituzione del Museo Capitolino avvenuta il 27 dicembre di quell’anno. Questo aspetto, fondamentale per il concetto di conservazione e pubblica fruizione delle Antiche memorie e per l’istituzione, per la prima volta, di un Museo come strumento culturale, avrebbe meritato nel volume un maggior rilievo (sarebbe stata utile un’attenzione alle ricerche condotte in questo settore da Francesco Paolo Arata). Il Pontefice si richiamò esplicitamente a un principio di “pubblica utilità”, ovvero al riconoscimento del valore sociale del patrimonio artistico messo a disposizione della comunità, e si sottolineò la volontà di salvaguardare quello stesso patrimonio (nel caso specifico la collezione Albani) per il “pubblico decoro di quest’alma città di Roma”. Si affermò, allo stesso tempo, il proposito di conservare un’eredità artistica che esercitava un forte richiamo sui “forastieri”, con i conseguenti benefici economici del turismo culturale, e che era stimolo vitale per eruditi e studiosi, da cui dipendeva il progresso culturale del paese.

A dispetto di una giurisdizione oculatamente moderna, il patrimonio archeologico dello Stato pontificio subì, però, negli anni centrali del Settecento un grave colpo. Il periodo dal 1764 al 1793 coincise con un numero senza precedenti di scavi archeologici a Roma e nel Lazio (la consultazione dei volumi curati da Ilaria Bignamini avrebbe molto giovato alla redazione di questa parte). In breve tempo le richieste di esportazione verso l’estero si moltiplicarono sull’onda del fenomeno del Grand Tour. Gli Inglesi rappresentarono un pericolo per l’“eredità nazionale” romana e come conseguenza una nuova serie di misure illuminate furono prese da parte del pontefice Clemente XIV e del suo tesoriere Giannangelo Braschi, poi salito al soglio pontificio con il nome di Pio VI. Su tutte, si ricordi la creazione, attorno al bramantesco “Cortile delle Statue”, del Museo Pio-Clementino in Vaticano, progettato per ospitare preziose raccolte private che rischiavano di essere vendute all’estero e per accogliere reperti antichi di recente scoperta sui quali il pontefice aveva diritto di prelazione. Anche questo significativo intervento viene mescolato nel nono capitolo del volume a una farragine di notizie (come l’ampliamento dei Musei Vaticani sotto Pio VII Chiaramonti, pp. 386-389) e posticipato all’ottavo capitolo (pp. 322-360), dove si tratta dell’occupazione francese (1796-1809). La prima invasione francese se da una parte, come è noto, con l’armistizio di Bologna ‒riconfermato dall’articolo 13 del Trattato di pace di Tolentino del 29 febbraio 1797‒ comportò il trafugamento come bottino di guerra di 100 opere d’arte dallo Stato della Chiesa (soprattutto vennero colpiti il Museo Capitolino e il Museo Pio-Clementino), dall’altra parte, per la grave situazione economica in cui vennero a trovarsi le famiglie dell’aristocrazia romana spinte a svendere i propri beni artistici, fece lievitare il mercato d’arte, che assunse connotati simili al saccheggio (1799-1802). Ne scaturì una nuova ed efficiente legislazione rappresentata dal Chirografo di Pio VII del 1802, il cui deus ex machina fu il Commissario delle Antichità Carlo Fea (pp. 339-345). Il Chirografo obbligò i privati, pena confisca, a compilare un elenco dettagliato degli oggetti posseduti (le famose Assegne) da consegnare agli Uffici del Camerlengo, stabilì il decadimento di ogni diritto privato sui pubblici monumenti e affermò la necessità di intraprendere nuovi scavi per recuperare altre rarità. Dalle Assegne si generarono le vendite necessarie per riempire in Vaticano i vuoti causati dalle antichità sottratte e incrementi vennero dalle nuove scoperte a Ostia, Otricoli, Veio. Le acquisizioni furono così numerose che si crearono due nuovi Musei, il Chiaramonti e il Braccio Nuovo.

La pretesa di Parigi di sostituirsi a Roma (pp. 325-335), come capitale culturale e artistica, attraverso una spoliazione che richiamava alla memoria l’azione di Verre, fu biasimata da Antoine-Chrysostome Quatremère de Quincy nelle “Lettres à Miranda” che introdusse il concetto di inamovibilità del bene archeologico, in quanto il Museum de Rome si componeva non solo degli oggetti, ma anche del suo paesaggio in un’unità inscindibile e irreplicabile.

Sebbene Antonio Canova, nominato Ispettore Generale alle Belle Arti dello Stato Ecclesiastico, proprio in virtù del Chirografo del 1802 che introduceva questa specifica figura, dopo la caduta di Napoleone si recasse a Parigi per ottenere la restituzione delle opere sottratte (pp. 363-369), Pio VII fece spontaneamente dono a Luigi XVIII Re Cristianissimo di alcuni pezzi che rimasero a Parigi, nelle sale del Louvre. Il ritorno degli altri capolavori fu celebrato da eventi e raffigurazioni commemorativi (figg. 158-165), come la “Sala dei Monumenti recuperati” riallestita nel Museo Capitolino con le antiche sculture e immortalata da un dipinto di Domenico De Angelis, dove il pontefice è presentato insieme al cardinal Consalvi e al direttore del Museo, Agostino Tofanelli (Biblioteca Vaticana, Galleria Clementina).

Il Chirografo del 1802 fu riproposto nell’Editto siglato dal cardinal Pacca del 7 aprile 1820, sviluppato in 61 articoli, che riorganizzava la legislazione in materia di beni culturali fino ad allora emessa e fissava per una sua più efficace applicazione strumenti, come cataloghi, e istituti, come la costituzione di una Commissione di Belle Arti permanente di vigilanza sul patrimonio storico-artistico di Roma e una rete di Commissioni ausiliarie, operanti nelle province dello Stato pontificio (pp. 369-377).

L’Autore giustifica la dilazione cronologica delle sue argomentazioni (XI capitolo) con il fatto che la legislazione pontificia fosse tornata in auge anche dopo il 1870. La nuova crisi economica che colpì Roma alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento condusse ancora una volta molte famiglie a cercare di risollevare le proprie sorti mettendo in vendita opere d’arte appartenenti alle collezioni ereditate, un tempo protette dal fedecommesso, ma svincolate dal nuovo codice civile che lo aveva abolito, in ottemperanza a quanto stabilito dallo Statuto Albertino a tutela della proprietà privata come valore fondamentale. Tuttavia un Regio Decreto del 27 novembre 1870 ne aveva fermato l’applicazione nell’ex Stato pontificio, ma con una legge del 28 giugno 1871 (legge De Falco) si riportarono in vigore i provvedimenti preunitari e a Roma fu di nuovo applicato l’Editto Pacca, con la clausola che alla scadenza dei fidecommessi esistenti le collezioni ex-fidecommissarie sarebbero, comunque, dovute rimanere inalienabili e indivise fino all’approvazione di un testo di legge generale avvenuto nel 1902 (Legge Nasi, n. 185). Con la promulgazione della Legge Rosadi (1909, n. 364) finalmente vennero regolate le norme di gestione del patrimonio storico-artistico nazionale con particolare riferimento alla prassi di esportazione delle opere d’arte.

L’arco cronologico considerato dall’Autore è immenso, comprendendo 1280 anni. Il filo conduttore della narrazione, che si segue a fatica attraverso gli undici capitoli in cui è organizzata, è la tutela dell’eredità monumentale e materiale dell’antica Roma. L’argomento è presentato sulla falsariga del lavoro del 1992 di Ronald T. Ridley implementato dalle ricerche di Filippo Mariotti e Andrea Emiliani, la cui coerenza e organicità vengono frantumate nel volume in molteplici rivoli (pp. 106-110, 147, 232-233, 247-251, 275-288, 293-297, 369-377), nello sforzo sincronico di calare la legislazione pontificia all’interno di ogni secolo: operazione che non è però riuscita, in quanto la frammentazione, oltre a disorientare il lettore, non aggiunge nulla di nuovo a quanto già ampiamente conseguito dagli studiosi citati.

L’apparato delle note è deficitario, le citazioni di interi brani mancano dell’indicazione del riferimento del testo da cui sono tratte (ad esempio, p. 134; per il Breve citato alle pp. 146-147; p. 224; la Memoria di Flaminio Vacca citata alle pp. 94-95 non è n. 113, ma n. 41, mentre a p. 240 non è riportato nessun numero per la Memoria, in quanto viene tradotto un passo di G. Cantino Wataghin, 1984, pp. 210-211, senza verificare la fonte originaria) e la bibliografia risulta carente. Si evidenziano numerosi errori per illustrazioni, nomi e luoghi (ad es. a p. 60, le didascalie della fig. 60 sono invertite; la fig. 88 citata a p. 206 a proposito di un’edizione degli Emblemata di Andrea Alciati si riferisce invece a disegni del tempio rotondo di Tivoli; i termini delle figg. 165, 180, 182 non sono staccati; p. 70, Farento per Ferento; p. 71, Narmi per Narni; p. 96, Barcciolini per Bracciolini; p. 133, Sandoleto per Sadoleto; p. 161, Ortensi Borromini per Ortensia Borromeo; p. 214, Berbardo Gamucci per Bernardo; p. 214, Macucci per Marcucci; p. 234, Francesco Angolini per Angeloni; p. 234, Filippo Bunoanni per Buonanni; p. 327, Enrico Visconti per Ennio; p. 341, Francesco Ficorini per Ficoroni; p. 382, Nebby per Nibby; p. 382, Giovanni Molpato per Volpato, etc.); alcune abbreviazioni non trovano riscontro nello scioglimento finale (es. Krautheimer 1981 a p. 19 invece di 1989). L’elaborazione di una serie di indici tematici avrebbe consentito una consultazione più agevole. La veste editoriale si presenta elegante e anche l’apparato illustrativo è apprezzabile, nonostante, in alcuni casi, le didascalie siano diventate delle note esplicative! (Ad esempio, figg. 2, 33, 44, 45, 110).

Il volume ha un intento prevalentemente compilativo, mancando di un taglio critico. I contenuti trattati sono molteplici e il rischio di lacune e di superficialità era inevitabile. In una tale stratificazione storica millenaria i dati sono presentati non sempre in maniera lineare: è un avvicendarsi convulso di fatti, personaggi, monumenti. Una semplificazione e una circoscrizione delle problematiche avrebbero dato al volume un taglio più vivace, offrendo una lettura meno faticosa. Le varie sezioni non sono equilibrate (ad es., il sesto capitolo che abbraccia un intero secolo, il XVIII, tra l’altro densissimo di avvenimenti, è sviluppato al pari dell’ottavo che comprende solo diciannove anni) e informazioni a volte secondarie e affastellate senza un coordinamento temporale rischiano di non far seguire il continuum storico e culturale.

Purtroppo il volume propone una vastità di argomenti non sempre coerentemente presentati, che potrebbe disorientare il lettore profano, mentre lo specialista del settore dispone già di molteplici pubblicazioni scientifiche, anche recenti, che hanno affrontato i vari temi in maniera approfondita ed esaustiva.

Il materiale riunito con un intento prevalentemente compilativo, se diversamente distribuito, criticamente sintetizzato e opportunamente revisionato, potrebbe comunque servire per una nuova versione manualistica finalizzata alla formazione di studenti universitari.